Il Monte di Miseno è l'avanzo di un antico cratere, quasi per intero distrutto dal mare.
Nelle sue amene piccole valli e nei giardini profumati che un tempo lo rivestivano, gli antichi situarono i Campi Elisi, la beata sede delle anime dei virtuosi.
Virgilio fa derivare il nome di Capo Miseno da quello del trombettiere di Enea che qui fu risucchiato dai flutti dopo una sfortunata gara di tromba con il Tritone; a sua memoria fu costruita una tomba proprio dove adesso esiste il faro:

" … fece Enea per suo sepolcro ergere un'alta e sontuosa mole,
e l'armi e il remo e la sonora tuba al monte appese,
che d'Aerio il nome fino allora ebbe
ed ora a lui nomato Miseno è detto e si dirà per sempre."

( Virgilio - Eneide VI , 342 - 347)

La caratteristica forma di insenatura a doppio bacino fece di Miseno una delle più importanti basi militari dell'impero romano, sede della flotta pretoriana; durante il Medioevo, Miseno cadde più volte nelle mani dei barbari, prima dei Goti e poi dei Longobardi , per essere infine rasa al suolo nel IX secolo dai Saraceni.
Da un punto di vista archeologico importante è stato il recente rinvenimento del "Sacello degli Augustali", il cui prospetto architettonico è stato ricostruito all'interno del Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello Aragonese di Baia: l'edificio - formato da tre ambienti rettangolari affiancati, nei quali furono rinvenute le statue degli imperatori Vespasiano e Tito e quella equestre bronzea di Domiziano Nerva - oltre ad attestare la presenza del culto dell'imperatore divinizzato e dei sacerdoti Augustali a Miseno, costituisce anche una delle pochissime testimonianze dell'abitato sorto in età augustea vicino al porto militare.
Tra queste sono da segnalare, il Teatro del quale si conservano ormai solo tre gallerie: caratteristico è un cunicolo che, partendo dal teatro, raggiungeva, attraverso l'antica via Herculanea, il porto consentendo di assistere agli spettacoli attraverso il promontorio.
 


Hanno scritto di Miseno anche:

Madame de Stael (da "Corinna")

" … dall'alto del lieve poggio che s'avanza sul mare formando il Capo Miseno, si vedono perfettamente il Vesuvio, il Golfo di Napoli, le isole di cui è disseminato e la campagna che si distende da Napoli fino a Gaeta; insomma la regione dell'universo ove i vulcani , la storia, la poesia hanno lasciato più tracce."

Gabriele D'Annunzio (da "La Certosa di San Martino")

"Baia voluttuosa e il tumulo ingente che Enea
diede a Miseno e l'alta Cuma, che udì gli ambigui
carmi fatali, e il lido lacustre che l'orme sostenne
d'Ercole dietro il gregge pingue di Gerione:
plaghe degl'Immortali dilette, ove (come in
profondi talami cui piacciansi premere amanti umani)
gl'incliti corpi ambrosi giacendo lasciarono impronte
sacre vestigia eterne de la Bellezza prima."

Lew Wallace (da "Ben Hur")

"tutto quello che rimane di Miseno, a ricordarla oggi, è un mucchio di rovine; eppure nell'anno 24 di Nostro Signore, tempo a cui trasportiamo il lettore, il luogo era uno dei più importanti delle coste del Tirreno e sede della più potente flotta di allora"

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